
Prof. Ordinario Mario Pirisi
Facoltà di Medicina e Chirurgia Università degli Studi del Piemonte Orientale
Prima della conferenza in cui Patch Adams ha incontrato “il futuro della medicina” a Novara non ho mai veramente riflettuto su che tipo di evento sarebbe stato. Speravo solo che i nostri giovani ne traessero un’ispirazione per la loro carriera. La preparazione meticolosa di Administra Italia, lo scrupolo affinché che tutto funzionasse bene, i sopralluoghi, le rigorose scadenze di calendario, mi facevano pensare a una qualche forma di happening molto ben organizzata. Poi, Patch arriva e ne hai subito un impatto fisico: un omone, imponente, con una bella stretta di mano, e un sacco di capelli. Dà un’occhiata al pubblico delle prime file (la sala è stracolma), e commenta preoccupato: “they look like … professors”(sembrano i professori ...) – e “professors”, sono sicuro, non è una definizione positiva per Patch. Poi si ritira, deve concentrarsi per qualche minuto prima che la conferenza cominci. Alla fine entra, ed inizia ad affabulare il pubblico, occupando lo spazio da solo con la sua interprete (che pare anche lei divertirsi), e tu ti dici: ecco l’utopia fatta persona. L’utopia quella bella, certo, il progetto idealisticamente desiderabile e di valore, tuttavia irrealizzabile e un po’ folle. Il primo incontro con un paziente? quattro ore, e si comincia chiedendo: parlami di te. Se non ami te stesso, non ami il tuo lavoro, non ami il tuo matrimonio, come posso guarirti in meno di otto minuti (il tempo medio che un medico americano dedica al proprio paziente)? Le liste di attesa? ma quale attesa, nell’ospedale di Patch vuoi arrivare in anticipo, perché magari si va insieme a mungere le capre. Se facessimo tutti come lui, come potrebbe andare avanti il mondo, ti chiedi. Ma, mentre fai questa domanda, sai già la risposta che ti darebbe: meglio, andrebbe avanti molto meglio. E allora rifletti e pensi che in effetti la follia è avere scelto, da ragazzo, di fare il medico e, quando infine sei riuscito a farlo, realizzando da adulto uno dei tuoi sogni da ragazzo, finire con il fare di tutto per non accudire i malati – salvo che quando ne hai un tornaconto personale, beninteso. Insomma, la follia di quello che vedi fare da tanti tutti i giorni nei nostri ospedali “normali” e nei nostri ambulatori “normali”. Dove l’impegno è dimostrare che il malato “non è di mia competenza”. Esci pensando che c’era un po’ dello spirito di Patch in tutti noi, in principio, e probabilmente c’è ancora: basta riuscire a non dimenticarsene. Non saremo tutti uguali a lui – come potremmo? – ma, come ci ha detto, se ci sono più di 26mila diversi tipi di orchidea, vuol dire che c’è spazio per molte interpretazioni diverse.
Prof. Mario Pirisi





















